L'ultima occasione

Questo racconto l'ho scritto per partecipare al Domino, un gioco letterario organizzato da Laura e Lori, che consisteva nello scrivere un racconto di 5000 battute, partendo dall'ultima frase del racconto che lo precedeva. A me era toccato l'incipit "In fondo era un buon diavolo". Ne ho fatto un racconto con un demonio frustrato dal punto di vista della carriera, al quale capita l'ultima occasione. Il racconto era stato pubblicato originariamente qui, nel blog di storie di Laura e Lori. Fatemi sapere che ne pensate!


L’ultima occasione
 
“In fondo era un buon diavolo”. Maledetto Satana Potente, quanto detestava quando parlavano di lui in questo modo! Vero che era ancora un diavolo di terza classe a 120 anni suonati, ma queste parole lo facevano proprio imbufalire. E non era cosa da diavoli: il male agisce con serenità, gli ripeteva sempre il suo istrutture Asmodai.
 
Però davvero non riusciva a controllarsi ripensando a Baphomet e Samoel che lo prendevano in giro...anzi peggio: che lo trattavano con condiscendenza. Perché poi era facile, pensava Belial, avere atteggiamenti di superiorità quando si era nati 400 anni prima. Anche lui, se solo avesse avuto la fortuna di vivere in un mondo senza diritti umani e senza Convenzioni di Ginevra, a quest’ora sarebbe chissà dove. E invece, povero Belial, era ancora di terza classe.
 
A dire il vero Belial aveva passato la più parte della sua vita a divertirsi, piuttosto che a pensare alla carriera. Però aveva sempre avuto incarichi di secondo, se non di terzo piano. Shaitan non lo aveva mai ritenuto in grado di prendersi cura degli umani davvero promettenti. In Russia, per esempio, il cialtrone Rasputin lo avevano affidato a quell’imbroglione di Samoel, che si era così guadagnato la promozione a diavolo di seconda classe. Belial era stato invece mandato nelle campagne al confine con la Polonia a sobillare incesti. Divertente, però insomma, non si diventa diavoli di seconda classe, e tanto meno di prima, con incarichi così.
 
Ma stavolta era convinto di avere per le mani roba grossa... Se tutto andava come doveva andare, nessuno avrebbe più detto in fondo era un buon diavolo, parlando di lui. Ma doveva stare attento a non ripetere l’errore fatto negli anni ’40 del secolo scorso...
 
Quando Belial pensava al suo periodo durante il nazismo, non poteva trattenere le lacrime dalla nostalgia. Oh, che bei momenti! Se lo ricordava ancora quando Shaitan in persona permeava quasi tutta l’Europa e l’Asia e la Russia, senza bisogno di nascondersi...Si ricordava delle notti passate con Lilith a trasmigrare nei corpi di padri e figlie, fratelli e sorelle...che tempi! Che notti! CHE NOTTI!
 
Belial non poteva credere di essere stato così stupido. Ma neanche l’anima di un colonnello nazista – NAZISTA, per Shaitan! – sai portare?, si ripeteva. A dire il vero, era stato molto sfortunato: tra tutti i nazisti invasati, proprio il colonnello Claus von Stauffemberg gli era capitato!
                                         
A quell’epoca, tutti i diavoli suoi compagni di corso se la spassavano, tanto era forte il Maligno nel sangue dei tedeschi. Passavano il tempo a fornicare nei corpi umani e a uccidere bambini nei campi di lavoro, e a bruciarne i corpi per assaporarne l’odore (oh...il profumo...). A lui invece avevano assegnato l’unico nazista con i rimorsi, quello dell’operazione Valchiria e del fallito attentato a Hitler del 1944.
 
Vero, Belial aveva comunque saputo evitare il peggio, facendo fallire il colpo di stato all’ultimo momento. Ma l’anima di von Stauffemberg era andata al Nemico. E da allora Belial aveva avuto solo incarichi pessimi, con del materiale umano davvero scadente. Gli avevano assegnato persone stupide, e si sa che la stupidità è nemica del Male.
 
Lo avevano mandato in Italia, nel dopoguerra, e gli era sembrato un posto promettente...ma Belial aveva compreso ben presto che non si poteva avanzare di carriera passando la giornata a convincere mariti a tradire le proprie mogli, o negozi di alimentari a ingannare i propri clienti, o baristi a vendere bibite annacquate. Perché queste non erano cattiverie, ma aspetti insiti nell’animo dell’italiano medio! 
 
Aveva aspettato la chiamata per i Balcani, ma Shaitan non aveva sentito ragioni: se ne sarebbe occupato lui di persona. Diceva che si sarebbe dapprima impadronito dello spirito dei Serbi...avrebbe causato la reazione dell’Occidente di fronte all’indifesa vittima Bosniaca, e poi avrebbe fatto dei bosniaci la testa di ponte per l’invasione musulmana in Europa. O che tempi si prepavano, gli diceva Shaitan. Che tempi!
 
Lui invece lo avevano mandato in America. In quella God’s Country nella quale lo spirito del Nemico, quel Dio che gli uomini credono onnipotente, è ancora inspiegabilmente vivo. Belial non era molto eccitato all’idea. Ma Shaitan era stato irremovibile. “C’è questo Rahm Emanuel, a Chicago, che tra una quindicina d’anni avrà un ruolo cruciale nei miei piani. Voglio che te ne occupi tu. Sappi che ti ci mando solo perché i nostri migliori sono occupati in Medio Oriente”, aveva aggiunto il Maestro. “Ma questa è la tua ultima occasione, Belial. Fallisci e ti annienterò”.
 
Belial si era dedicato alla missione con entusisasmo. Questo Emanuel però era davvero un uomo per bene, e penetrarlo era stato una delle cose più difficili che Belial avesse mai dovuto fare in vita sua. Ma ne era valsa la pena. Oh, se ne era valsa la pena. Ora che Rahm Emanuel era diventato capo di gabinetto del nuovo Presidente Obama, nessuno avrebbe più detto che in fondo Belial era solo un buon diavolo.Si sarebbero dovuti ricredere tutti. 

Il primo viaggio

Breve raconto dallo "sguardo obliquo".

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Il primo viaggio

Questo buio mi sta facendo impazzire. Se solo riuscissi a capire dove mi trovo. Non riesco a distinguere nessun contorno, non riesco a carpire nessun colore. Gli odori, però, o mio Dio, gli odori sono nauseabondi. E mi circondano. Sono tutto intorno a me. Odori rancidi, di sudore, d’indumenti sporchi, di profumi mischiati l’uno con l’altro, di scarpe, gli odori di dieci, cento, mille barboni. E questo peso opprimente che mi spinge verso il basso, come una pietra puzzolente, sulla mia schiena.

Non sono sola, questo è chiaro. Sento la presenza di miei simili qui attorno. Sento la paura di alcuni di loro, e la strafottenza arrogante di altri. Se solo qualcuno mi aiutasse a capire...

Il rumore mi sta facendo impazzire. Questo rumore sordo, ostinato, che soffoca tutto come una coltre di nebbia, azzerando ogni differenza. Se solo potessi diventare insensibile... chiudere fuori ogni sensazione.

E quei cani, Dio mio, quei cani, che abbaiano e abbaiano e abbaiano da ore, ormai. Sento il loro fetore, la loro urina mista a paura. Li odio con tutta me stessa.

Comincio anche ad avere freddo. Quest’umido sta lentamente entrando dentro di me.

Ho paura.

***

AHHH!

Qualcosa è caduto sopra di me! E’ su di me adesso, mi sta sgraffiando, mi sta scivolando addosso...Dio mio ma che sta facendo! Del liquido freddo, oleoso, sta entrando dentro di me. Che cos’è? Che cosa mi sta succedendo???

Perché lui ha lasciato che mi prendessero, che mi gettassero qui dentro, che mi sbavassero addosso, che mi picchiassero?! Bastardo!

Dev’essere stata lei a spingerlo a farlo...quell’arpia. E’ stata gelosa di me dal primo momento che lui mi ha guardata. Cos’è che gli aveva detto? “E’ da tanto che non guardi me come stai guardando quella roba li'”. Quella roba li'.

Lurida puttana.

***

Uno scossone. Sta sucedendo qualcosa. Un altro. Uno scatto, come di un grosso interruttore...un rumore metallico più forte del rumore di fondo che mi sta facendo diventare sorda.

Sento eccitazione tra i miei simili. Dove ci stanno portando. Cosa ci faranno? Avrei dovuto prestare più attenzione alle storie che sentivamo in fabbrica, prima che ci facessero uscire...di che parlavano? Non riesco a ricordare...Del “primo viaggio”. Sì, sì, del primo viaggio...Che cosa dicevano?

Che qualcuno mi aiuti! Te lo prometto, o Dio, aiutami ad ucire viva di qui, aiutami a superare questa prova e mi dedicherò al mio padrone per sempre. Ti prego!

***

Le vibrazioni si fanno più forti. Sta per succedere qualcosa. Lo sento. Avverto il cambiamento tra i miei simili, che si preparano, e quei maledetti cani hanno cominciato a guaire di nuovo.

Ecco, un altro scossone forte...è successo qualcosa. C’è un rumore più stridente. Ci stiamo fermando. Il peso sulla mia schiena si sta facendo insopportabile...mi sento sporca, SONO sporca, di me e degli umori viscidi che gli altri qui dentro mi hanno sbavato addosso.

Cosa penserà di me, quando mi vedrà?

Ma ecco la luce! LA LUCE!!! Signore, ti ringrazio, che hai asoltato le mie preghiere.

Ecco, li vedo: due umani! Ci stanno aiutando, ci stanno facendo uscire. Saremo liberi, e rivedrò lui, e lo pregherò di non lasciarmi mai più, gli chiederò perdono se ho sbagliato qualcosa, farò tutto quello che vuole.

No, TI PREGO, NO!!! BASTARDO!! Sento le sue mani dentro di me. Il bastardo ha infilato le sue dita schifose dentro di me, mi sta toccando, no, mio Dio, perché lasci che questo mi accada!!! Non ho la forza di oppormi. Vorrei saper piangere...

Mi vorrà ancora lui, dopo che questo essere immondo mi avrà lordata con le sue dita? Mi accuserà, pensando che sia colpa mia?

Li sento ridere. “Questa è proprio una bella grossa...E anche bella cara. Varrà metà del mio stipendio”, sta dicendo il violentatore mentre le sue dita sono dentro di me. Sta cercando qualcosa...se solo potessi fargli male!

***

Ecco, sono fuori. Mi hanno buttato su qualcosa di metallo...adesso riesco a vedere bene, siamo almeno un centinaio, ammassate l’una sull’altra. Il bastardo stupratore mi ha lasciata aperta. Sento l’acqua dal cielo che entra dentro di me, e si mischia ai liquidi immondi che già mi avevano penetrata.

Puzzo. Io. Puzzo. Io: così nuova, così bella, e puzzo come una capra.

Ecco, adesso ricordo di cosa parlavano le leggende: del primo viaggio. Del rito del primo viaggio. Ora ricordo. E di come la furia dei demoni del viaggio si scatenasse proprio contro di noi, perché eravamo le più belle, e quindi le più esposte.

Se solo lui mi avesse protetta meglio. Se solo avesse utilizzato un lucchetto, invece di lasciarmi andare così, come se fossi un niente, un vuoto a perdere.

Ma ecco ci siamo, sono su un nastro. E lo vedo! LO VEDO!!! E anche lui adesso mi vedrà, mi prenderà, mi carezzerà, mi chiederà scusa...

Eccolo, Dio, quanto è bello. Voglio sentire le sue mani su di me, anche se sono sporca...voglio fargli capire che ho cercato di proteggere tutto quello che mi aveva affidato, e che ho resistito...non potrà odiarmi...non potrà non capire.

***

- Porca puttana, ma quella è la mia valigia?

- Mmm, pare di sì.

- Ma cazzo, è sfatta. Ora mi sentono alla compagnia di viaggio.

Giulio prende la sua Luois Vuitton, più cara di una rata del mutuo, la raccoglie arrabbiato dal nastro trasportatore. Come spesso succede quando qualcosa di bello, di nuovo, ci viene profanato e anche noi allora, per la stizza, invece di accarezzarlo e amarlo, lo profaniamo a nostra volta, Giulio prende la valigia, la sbatacchia per terra, la lancia su un tavolaccio lì vicino.

- No, cazzo, ma me l’hanno anche aperta sti figli di puttana!

- Ti hanno rubato qualcosa?

- No, no...c’è il biglietto. Sono quei cazzoni della sicurezza. Chissà che cercavano. Meno male non ho messo il lucchetto...altrimenti avrebbero rotto anche quello.

- Certo, che te l’hanno proprio rovinata: guarda qua: cos’è questo? Una macchia d’olio? E’ tutta sgraffiata...Te l’avevo detto che avresti dovuto comprare una Samsonite come tutti...queste sono belle ma delicate.

Giulio chiude la valigia indispettito. La rimette sulle ruote, vorrebbe prenderla a calci. Sta per farlo, ma qualcosa lo blocca. S’inginocchia, tira fuori un fazzoletto dalla tasca, e comincia a pulirla, accarezzandola.

“Dai, poraccia”, dice alla moglie che lo guarda indispettita, “ne ha già passate tante oggi...era il suo primo viaggio!”

Cena di Natale - Racconto (e primo capitolo)

E' da un po' di tempo che sto scrivendo una roba più lunga del normale. Chiamiamolo un racconto lungo, va', con vari capitoli (titolo provvisorio "Caduta Libera"). Non so se lo finirò, e che ci farò se e quando lo finirò. Ma siccome il primo capitolo si chiama "Cena di Natale", ed è finito da un po', e siccome può essere letto come un racconto a sé stante, ve lo posto. Che ne pensate?



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Caduta Libera
di Demonio Pellegrino


Capitolo 1 - Cena di natale

Festa di Natale, casa di Luca. Ho un bicchiere di champagne in una mano, una tartina al salmone nell’altra, e i miei occhi sul culo della donna del padrone di casa.

Sono bellissimo. Indosso un paio di jeans G-star, una maglia nera a pelle, un maglione Superdry verde con cappuccio, scarpe Prada.

Siamo in 20, in perfetta parità uomo donna, come da legislazione sulle quote rosa. Gli uomini presenti si dividono in tre grandi gruppi: Luca e Vittorio fanno parte della categoria dei trentenni che approfittano del loro essere trentenni per trombare venticinquenni; Paolo, Umberto e Igor fanno parte della categoria di trentenni che approfittano del loro essere trentenni per trombare tutto il trombabile; Giulio, Valerio, Marco e Giovanni fanno parte del gruppo di trentenni sposati, fidanzati o quant'altro che vorrebbero trombare venticinquenni o tutto il trombabile, ma non lo fanno.

Io sono in bilico tra le prime due categorie.

Le donne sono tutte in una sola categoria: troie. Ma ci sono tre sottocategorie: mettibili, trombabili e ingiovibili.

Mi guardo intorno. Sono seduto tra donne disperate per un figlio, donne disperate per un cazzo (letteralmente), donne inconsapevoli dell'animale che si ritrovano per marito o compagno. Nessuna ingiovibile, per fortuna, molte trombabili, pochissime mettibili.

Igor, di fronte a me, grugnisce nella sua lingua del cazzo. Giusy sostiene che il suo accento è molto sexy. Mi domando se la Mercedes classe E che ha parcheggiato di fronte a casa di Luca influisca sulla sensualità del suo accento. E se sì, in che misura.

Continuo a guardarmi attorno, e mi chiedo dove siano finite le corpiduri delle mie compagne di università: guardo Laura, a capotavola. Le sorrido, e penso a quando scopammo a casa sua, con sua sorella in salotto, e la camera da letto con la porta aperta. Sta servendo una zuppa grigia, di non so che cosa, impedita dal suo maglione extralarge. Immagino l'abbia comprato per coprire lo sboddamento del suo corpo. Dovrebbe richiedere indietro i soldi: ovviamente l'indumento in questione non svolge bene il proprio compito.

Cristina sta parlando con Vittorio, si vede che è annoiata. Si vede che non ascolta. Mi tolgo il mocassino Prada pagato col sangue, e comincio a farle piedino sotto il tavolo, solo per non impazzire e avere qualcosa da fare, mentre Giulio, il suo convivente, mi sfonda le meningi con programmi d'investimento che secondo lui possono aiutarmi a superare la crisi economica.

"Dovresti investire nel vino, Matteo, comprarti una bella cassa di Chateux Gran Cul, lasciarla li' vent'anni, e poi rivenderla. Ci faresti un sacco di soldi, è una polizza per la vita", continua a parlare sbavando. E' l'unico ad indossare una cravatta del cazzo. Cristina, che non si è mossa se non per aprire un po' le gambe e permettere al mio piede di montare verso le sue cosce, lo guarda con disprezzo.

"Giulio, perché devi rompere le scatole a tutti con queste menate d'investimento?"

"Lascia stare Cristina, che se avessimo investito in vino come avevo detto io, a quest'ora saremmo ricchissimi"

"Beh, ma non lo siamo, Giulio. E credo che questo ti squalifichi abbastanza come possibile consulente finanziario, non credi?".

Nel dire queste cose Cristina infila la mano sotto la tavola, prende il mio piede e se lo mette con forza in mezzo alle gambe. Mi domando che biancheria abbia, mentre il mio piede senza scarpa assorbe il calore della sua figa. Mi domando dove potrei scoparmela in casa di Luca, senza che nessuno se ne accorga. Mi domando per quale motivo m'interessi che nessuno se ne accorga.

Giulio continua a parlarmi di fondi d'investimento e di un suo amico che una volta a Singapore ha comprato un mobile antico e ha scoperto che...Mi alzo all'improvviso per non sclerare e prenderlo a sberle. Cristina sobbalza. M'infilo la scarpa, mentre Giulio mi guarda, vede che mi sto mettendo la scarpa, e poi alza gli occhi verso Cristina, che lo guarda basita. Non dico niente, e faccio come se fosse perfettamente normale togliersi il mocassino destro durante una cena.

Tutti hanno capito benissimo che fino a un secondo prima il mio piede era tra le gambe di Cristina. Tutti tranne Giulio. Che si alza con me e continua a parlarmi di fondi d'investimento.

"Giulio, devo andare al cesso", gli dico, "vuoi accompagnarmi anche li'"?

Mi allontano, e mi avvicino per principio al corpo sformato di Laura, faccio in modo di toccarlo passando per aprire il cesso, e sento il mio gomito affondare in un mare di carne.

Stranamente non mi schifa, provocando una semi erezione.

Vado in bagno, provo a farmi una sega pensando a Cristina, ma non ci riesco. Mi rassetto, esco dal bagno e torno in sala da pranzo.

Il gruppo si è spostato verso il tavolo del dolce. Pandori, panettoni, tiramisù, creme-caramel e ogni altra bomba calorica sono offerti come su un altare sacrificale.

Elena mi si avvicina. Trombabile, sicuramente. Forse mettibile. E' l'unica che ancora si prenda la pena di parlarmi come se potessi davvero risponderle.

"Matteo, che cazzo stai facendo con Cristina? Tra un po' il tuo piede le sbucava dalla bocca..."

"Sei gelosa?"

"No, ma non credo tu ti faccia del bene a fare quello che fai. Giulio è un tuo amico!"

"Giulio è uno a cui ho venduto la raccolta di Martin Mystère nel 1994, Elena, e a prezzo maggiorato. Non un amico. Sii precisa nell’utilizzo dei vocabili, per favore, ti sei pure laureata in lettere."

"Sei davvero uno stronzo".

"Per servirla, signora".

Elena si allontana e torna da Vittorio. Igor si avvicina.

"whsqdjheshsj tiramisù?"

"Eh?"

"qsqkhdkqsdh tiramisù"?

"Ma come cazzo parli, Igor? Non ti capisco"

Igor si offende, sta per dirmi qualcosa. Cristina mi prende per un braccio e mi porta in cucina.

"Ti vuoi fare ammazzare stasera?"

"Avrei altre priorità...", le rispondo, mentre le guardo deliberatamente la scollatura abbondante, che lascia intravedere due tette durissime.

"Ah sì, e quali sarebbero?"

Non alzo lo sguardo dalle sue tette. Sto parlando con loro: "Non ho programmi. Vado dove mi porta il cuore".

"Matteo, tu un cuore non ce l'hai. O se ce l'hai è sulla punta del tuo uccello".

"E' un problema?", le chiedo sfoderando il mio sorriso migliore.

"Non necessariamente..."

Mi avvicino, e senza guardarla negli occhi le metto una mano sulla tetta destra, e una mano sul fianco sinistro. L'attiro verso di me. Le bacio il collo. Sento il suo respiro aumentare.

"Certo che voi donne siete veramente tutte troie", sussurro, ancora con la mano sulla tetta, ancora senza guardarla in faccia.

Sento il rumore dello schiaffo prima ancora del dolore sulla gota. Mentre Cristina se ne va in bagno, con le lacrime agli occhi, le urlo "che cliché del cazzo, che sei". Non credo che mi abbia sentito. Faccio per urlare più forte, ma mi dico che non è una buona idea.

Torno in salotto. E' il momento della consegna dei regali. Umberto, come ogni anno, sta cercando di trovare una nuova procedura per la consegna di questi cazzo di regali a sorpresa. Evidentemente non è soddisfatto della procedura reinventata ogni anno negli ultimi 15 anni.

M'innervosisco, e per dispetto comincio a spezzettare le foglie di una pianta costosa che Maria ha portato di regalo a Luca stasera. Non so che pianta sia, ma è verde.

Luca mi vede, e si avvicina. Mi sorride e versa il suo spumante nel vaso della pianta, sorridendo. "Mi faceva comunque schifo", mi dice.

Lo abbraccerei se non fossi uno stronzo.

Umberto sta ancora cercando di spiegare come avverà la cernita dei regali. Io mi piazzo dietro al divano, guardando i culi delle donne, per vedere se qualcuna non lasci il tanga in bell'evidenza. Scommetto con me stesso che ce ne sono almeno cinque. BINGO! Ne conto 6. Di queste sei, tre me le sono scopate, una mi ha fatto un pompino. Due mi mancano.

Decido che devo rimediare.

Mentre fantastico di un'orgia con due gemelle viste su una rivista dal dentista quel pomeriggio, arriva il momento dei regali. Ho il regalo numero 6. Lo apro. E' un cuscino per appoggiare la testa nella vasca da bagno. Comincio a urlare come un pazzo, saltando, gridando che è bellissimo, e che Dio solo sa quanto lo volessi. Corro intorno agli altri. Inciampo in una lampada che cade per terra e si rompe.

Gli altri mi guardano in silenzio, imbarazzati. Io continuo ad urlare. Taccio all'improvviso.

"Cazzo, ho solo la doccia a casa", dico. E comincio a fingere di piangere.

Giulio scuote la testa in un angolo, guardandomi. Cristina mi guarda. Non capisco se è amore, disprezzo o pena quello che vedo nei suoi occhi. Luca ride.

Capisco che è il momento di sloggiare. Saluto e me ne vado. Prima di uscire frugo nei cappotti appesi all'ingresso, prendo un paio di mazzi di chiavi che non so a chi appartengano. Uscito in strada, le butto nel pozzetto della fogna.

In strada, cerco poi la Mercedes Classe E di Igor, la rigo con una chiave, e ci scrivo UNGHERIA MERDA.

Salgo su un taxi, e vado a casa.

Tornare bambina

Esercizio: scrivi un racconto in un genere che pensi non ti sia congeniale. (Ho scelto un racconto d'amore).

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Tornare bambina

"Se avessi saputo che sarei stato prigioniero per 15 anni, se me lo avessero detto,
la cosa mi avrebbe aiutato? O mi avrebbe ucciso?"

Oh Dae Sun, Old Boy


Camilla spense il neon della cucina, e andò verso la camera da letto. I piatti erano ancora sul tavolo, sporchi, ma per stasera non importava. Li avrebbe lavati l'indomani. Suo marito Luca era in viaggio di lavoro, e Elisa avrebbe dormito da un'amica. Stasera era libera.

Passando in corridoio, sfiorò i libri sugli scaffali, come faceva da ragazzina. Quando si piazzava ore di fronte alla libreria, senza saper scegliere...tanti mondi da esplorare in ogni libro, tante vite da rivivere...allora le sembrava che sceglierne uno volese dire condannare all'oblio gli altri, far loro un torto.

Sorrise. A cinquant'anni la paura di scegliere non l'aveva più...era subentrata quella di non poterlo più fare.

Andò verso il comò, ne aprì l'ultimo cassetto, quello dove nei film i ladri trovano sempre quello che cercano, nascosto sotto qualche capo di biancheria. Nel caso di Camilla, però, avrebbero trovato solo una lettera. Una lettera di molti anni fa, con la carta ingiallita, e l'inchiostro macchiato in alcuni punti. Le macchie c'erano già quando la lettera le era stata recapitata, una ventina di anni prima.

L'aprì con cura. E come sempre, fu assalita da un sentimento ambiguo, di odio, rabbia, amore, desiderio. Marco era morto, lo sapeva, l'aveva letto sui giornali. Ma le sue parole, le ultime che le aveva rivolto prima ancora di diventare il Marco di dominio pubblico, erano ancora con lei.


Parigi, 8 luglio 2009

Camilla,

La tua voce quando ti ho detto che non sarei venuto. Mi perseguita, mi scava nello stomaco e uccide ogni mio sforzo. Una parola ti è bastata, ancora una volta, per farmi capire il mio errore. Di nuovo.

"Perché".

Una parola. E il tuo tono che era il tono di tutto il mio spirito. Sorpresa, stupore, disperazione, una slavina. Così mi sentivo. Così ti sei sentita. E averla generata la slavina non ti mette al riparo.

Tu mi chiedi la lettera. Eccola. Quando leggerai, se leggerai, forse capirai. Forse no. Come hai detto tu, ho solo questo da offrire, parole.

Era una sera di aprile. Lungo strade mai percorse, eccitato, impaurito, venivo ad incontrarti. Solo qualche foto e molte parole scambiate potevano aiutarmi a cercare di capire che cosa sarebbe successo. Non l'hanno fatto.

"Se avessi saputo che sarei stato prigioniero per 15 anni, se me lo avessero detto, mi avrebbe aiutato? O mi avrebbe ucciso?". La stessa domanda di Oh Dae Sun mi circola ormai da mesi nella testa. Non sono passati quindici anni. Sono passati solo pochi mesi. Ma la sensazione di cambiamento profondo, è stata immediata, improvvisa, travolgente. Come un apprendista stregone qualsiasi ho sollevato forze che non ho saputo controllare, che solo ora riesco a fingere d'ignorare.

Arrivare, parcheggiare. Cercare il tuo nome tra i campanelli. Titubare, guardando i vicini che entrano attraverso lo stesso cancello, e mi guardano inquieti. Segno dei tempi. Ma non sono uno straniero, i miei vestiti sono puliti, i miei tratti sono nordici, più a nord della Lega, e il mio sorriso non è clandestino. Desto diffidenza, ma garbata. Non paura.

Indugiare ancora, con un cane che abbaia da qualche parte vicino. Guardare le case. Ricordi di scuola, quando la maestra ci spiegava le costruzioni delle diverse tipologie di case romane. Non sembra una casa romana, la tua, non lo è, ma i ricordi immediati sono quelli. La mente ha i suoi percorsi. Mi chiedo se potrebbe mai diventare la mia casa. Non mi rispondo, mi dico che è un falso problema. Sapevo già tutto? O era solo un pensiero sciocco, inconsapevole del vaso di Pandora che stava per scoperchiarsi?

Suonare. Trovarti al portone. Risa d'imbarazzo. Lo sconosciuto a casa della sconosciuta. Una doccia, chiacchiere, una familiarità dapprima percepita come finta, poi capita come vera.

Un bacio. Sentire il volo dentro. Capire l'errore, capire che non lo controllo, parole che salgono subito alla gola, come una fonte che abbia trovato una via di sbocco dopo anni. Con uno sforzo, riuscire a rimandarle giu'.

Sesso. Molto. La sensazione, il bisogno di abbandonare i preliminari ed essere solo dentro di te. Anche se immobile. Anche senza muovermi. Ma immobili non siamo. Sesso come sublimazione di altro. Sesso come penetrazione dell'anima. Ma non la tua, la mia. Avvertire che sei tu che possiedi la mia mente come io sto possedendo il tuo corpo. E' bastato un attimo. Ma è ancora troppo presto per capirlo, e troppo tardi per fermarlo.

Era una sera d'aprile. Una sera in cui la mia anima divenne consapevole che lo sbocco esisteva. Senza sapere che di lì a poco si sarebbe mostrata troppo pavida, forse, per perseguirlo.

E leggere Catullo in latino, su un letto sfatto dagli odori e dai sapori di tutto quello di cui Catullo parla. Ascoltare la tua voce, mentre i rumori estivi penetrano nell'appartamento. Falsamente estivi, e dunque anch'essi almeno in parte responsaibili della perfetta illusione.

Baciarti ancora, fare di nuovo l'amore.

Parlare in macchina, con la tua voce che è come un balsamo.

Sognare di fare l'amore con te, anche mentre facciamo l'amore. Come se la perfezione presente non bastasse, come se volessi fare scorta di futuro.

Non eri nata neanche come un gioco. Non eri la prescelta con la quale divertirsi un po' per poi abbandonarla. C'erano altre, per questo. Eri la prova finale prima del grande salto. Eri quella che doveva confermarmi che non potevo stare meglio di come stessi. Eri quella che avrebbe ancora una volta dovuto confermare che non è una questione di chimica, che tutto era ormai come nel migliore dei mondi possibili.

Era questo il ruolo che avevo scelto per te. E per questo ti ho mentito. Non ti ho detto di lei. Non ti ho detto dei nostri piani, del nostro presente e del nostro futuro. Dovevi essere uno strumento, dovevi sparire dai miei pensieri, dalla mia vita. Dimenticata il giorno stesso in cui fossi uscito dalla tua porta.

Non cerco comprensione. Un motivo vero, non c'è.

Sto mentendo, c'è. E' la voce. La voce che mi ha convinto che in realtà l'elevazione di spirito fosse temporanea. Che mi avresti lasciato, tra due, tre anni, per un velista, un pittore, un contabile, un bancario. E che io non l'avrei sopportato.

Chiamami essere triste. Lo sono. Un uomo che ha paura di vivere pienamente l'amore oggi per paura di sprofondare domani. Un uomo che ha scelto l'atarassia dei sentimenti alla tempesta che tu rappresentavi.

Odiami. Disprezzami perché questo merito.

Avrei potuto mentirti. Continuare a vederti ancora, almeno un'altra volta. Senza che tu sapessi niente. La sua distanza, la nostra distanza me lo permetteva. Almeno per un po'. Sarei potuto venire quel fine settimana. Stare con te. Non ho voluto. E ho scelto di finire prima ancora che tu me lo chiedessi. Prim'ancora che tu mi mettessi di fronte all'obbligo di una scelta.

Non mi pento della scelta di quel giorno. Perché ti amo. E perché sono un vigliacco. La prima non posso spiegartela. La seconda forse si'.

Ho optato per la certezza di un'infelicità che speravo di saper gestire, figlia della mia decisione di non vederti. L'ho preferita alla possibile infelicità di un futuro in cui tu mi avresti lasciato. Non avrei sopportato di vivere una sensazione così e poi vederla sparire. Ed ho scelto di non viverla.

Ma l'annichilimento che provo mi fa capire che forse ho commesso un errore. Il baratto dei sentimenti non mi è stato vantaggioso, e sto forse pagando più di quanto avrei mai pensato di dover pagare.

Mi dimenticherai? Mi ricorderai con disprezzo? Tu che con una parola hai saputo capirmi e possedermi?

Con altre donne questo dubbio non mi avrebbe minimamente turbato. Con te mi tormenta. Non è il tuo giudizio che mi preoccupa. E' l'idea di averti persa. Aver perso non solo te, ma anche una parte di me.

Un bivio, che io non ho imboccato. Nonostante la strada sulla quale sono rimasto fosse stata chiusa da tempo, e io lo sapessi.

Baciami, stringimi, fammi sentire il tuo sapore. Scrivere queste parole mi provoca un desiderio incontrollabile. Ora capisco, finalmente, cosa vuol dire bruciare d'amore.

A una riunione oggi per la prima volta ho balbettato. Ti pensavo, ed è venuto il mio turno di dire qualcosa e non ci sono riuscito. Sei rimasta nella mia testa, senza andartene. E le parole non mi sono uscite. Solo suoni gutturali.

C'era un politico accanto a me. Era l'ospite d'onore. Avrei dovuto presentarlo, fare conversazione prima e dopo. Mi pareva un tipo in gamba. Sorridente, gentile, affabile. Sui 55 anni, più o meno. Senz'anello al dito. E mi sono chiesto se anche lui avesse bruciato tutto per una storia non vissuta. O se magari avesse bruciato tutto per averla vissuta, la storia. Ti ricordi quando in riva al lago parlavamo del dubbio della Falena?

Mi chiedevo se diventerò anch'io così. Mi chiedevo se come lui tornero' a casa dai miei viaggi di lavoro e guardero' la televisione da solo, forse chiamando una puttana ogni tanto per soddisfare i miei bisogni. Forse neanche quello.

Mi chiedevo fino a che punto una scelta, una scelta sola, possa condizionare una vita. E mi rispondevo "molto". Ma dipende dalla scelta. Mi chiedevo se anche lui serbava nel cuore il ricordo di un volto, di un momento, che non riusciva a passare.

E' venuto il mio turno, e ho balbettato. E me sono andato.

Come hai detto tu, ho solo questo da offrire, parole.

Tuo (da sempre, e per sempre)

Marco


Richiuse la lettera dolcemente, cercando di minimizzare i danni alla carta. Pensò a sua figlia Elisa, che con i suoi vent'anni viveva in un mondo dove ormai le parole esistevano solo attraverso lo schermo di un computer. Pianse per lei. Perché non avrebbe forse mai potuto capire cosa volesse dire rileggere parole d'amore scritte vent'anni prima, con i fogli macchiati dalle lacrime dell'uomo che le aveva scritte per te, e capaci ancor oggi di farti sentire leggera e pesante come allora.

Si alzò dalla scrivania, andò di nuovo in corridoio, di fronte alla libreria. Si sedette per terra, proprio come quando era bambina. Incrociando le gambe, poggiando i gomiti sulle ginocchia, e il mento sui palmi delle mani. Guardandola, non fosse stato per i molti capelli bianchi, la si sarebbe presa ancora per quella bambina di tanti anni fa.

Il rumore del traffico arrivava smorzato attraverso le finestre. Lo scaldabagno ticchettava, come una macchinetta da caffé. Mentre Camilla si trovò di fronte a mille mondi, e ricomincò a dubitare ancora una volta su quale scegliere, quale far rivivere. Sorrise. E ringraziò Marco per l'unico vero gesto d'amore che avesse fatto per lei. Scriverle quella lettera.

L'ultima volta

Questo racconto l'avevo scritto per partecipare allo stesso concorso del post precedente. Ma alla fine lo scartai, a favore di Frutto Esplosivo

L'incipit, ovviamente, era lo stesso

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L’ultima volta

 

Degli altri quattro sensi non c’era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola. Era così ogni volta che scendevo dalla moto dopo un giro di centinaia di kilometri senza mai fermarmi: l’udito era annichilito dal suono del motore, che mi aveva bombardato per ore, basso e brutale; la vista doveva riacquistare consapevolezza dei contorni, mentre il cervello continuava a vedere una striscia d’asfalto grigia sfiorata da macchie indistinte. Anche il tatto era assente, annientato dal freddo e dal goretex dei guanti che impedivano qualsiasi sensazione.

 

Rimanevano pero’ il gusto, e il mio lecca-lecca alla fragola. Un rituale da quando avevo quattordici anni, e me ne andavo in giro con il Malaguti Fifty SH per i colli bolognesi. Fermarsi, scartare il lecca-lecca con le mani malferme, e ciucciare, lasciando al mio corpo il tempo di riappropriarsi di sè. Un giro in moto senza il lecca-lecca non era completo. Tutto qui.

 

Quella mattina ero partito prestissimo, alla ricerca di uno stordimento fisico che annientasse i miei pensieri ed ero saltato su Camilla, la mia Honda rossa, la mia vera compagna da ormai tanti anni. Faceva davvero freddo, e il mio abbigliamento tecnico non riusciva a tenere fuori il gelo tremendo. Ma ero contento, era esattamente quello che volevo. Anche se la tristezza di fondo permaneva.

 

La cena della sera precedente non aveva aiutato: conversazioni già sentite, già dibattute. Dieci, cento, milioni di volte. In anni che forse erano dieci, forse sono mille, ma sembravano appartenere ad altri. E l'immagine chiara, nitida: tirare la tovaglia, scaraventarla a terra, prendere a sberle metà dei commensali, risvegliarli dal torpore in cui sembravano caduti. Dal torpore in cui eravamo caduti tutti.

 

Non l’avevo fatto. Ci sarebbero stati troppi casini con Emanuela. Erano amici suoi, dopo tutto. Nostri, avrebbe detto lei. Non per molto. 

Ero andato a letto con una pioggia sottile che rifletteva e allo stesso tempo condizionava l'umore. E pensavo a Camilla, fuori, coperta da un telo del tutto incapace di proteggerla dalla pioggia, dai topi, dal fetore dei gatti. Per l’ultima volta.

 

Avevo dormito male, e mi ero alzato alle sei, tra le grida immediate di Emanuela, che mi accusavano di cose profondamente vere. Aperta la porta, avevo liberato Camilla dal telo. Mi aveva guardato, triste anche lei. Come se sapesse. Ma, senza domande, mi aveva sorriso in modo ammiccante, un’amante consapevole del suo ruolo, ignara nell’ultimo giorno "Prendimi, portami dove puoi godere di me...di me che ti appartengo, di me che sono tua e che solo posso essere tua".

 

Avevo avuto un senso di colpa lancinante. No Camilla, non oggi, avrei dovuto rispondere.  Oggi devo stare con Emanuela, Camilla, ché l'equilibrio per poter uscire con te oggi proprio non ce l'ho.

 

Ma non avevo resistito. Nonostante gli anni insieme, l’attrazione era ancora troppa, e il suo odore inebriava le mie narici. Le mie ginocchia avevano subito trovato posto nei suoi incavi, come le mani sui fianchi di una donna. Camilla mi aveva accolto borbottando allegramente con il suo motore brusco, ma gentile. Come aveva sempre fatto. E come non si sarebbe mai stancata di fare, se solo gliel’avessi permesso. Se solo avessi potuto permetterglielo. E mi aveva subito fatto capire che non avrei dovuto preoccuparmi di niente, che si sarebbe fatta carico lei di tutto. Io dovevo solo andare. Ed ero andato.

I kilometri erano passati, nel rumore sordo del motore, mentre i miei sensi mi abbandonavano. Sei ore ininterrotte, con l’obiettivo chiaro di riuscire a svuotare il cervello per riempirlo di vuoto. Con la scelta precisa di non mangiare, affinché la mente dovesse occuparsi anche della sensazione di fame fisica, e avesse meno risorse da dedicare ad altro.

E’ un gioco di strategia, ma alla lunga si puo’ vincere, si puo’ arrivare ad un punto dove l’unico elemento che occupa la mente è la posizione del piede sulla pedana, la posizione del corpo rispetto all’asfalto, il desiderio di piegare veloce, per capire se i tuoi limiti arrivino prima di quelli della moto, toccare le pedane per terra, consumare la ruota sui bordi. Anticipare sempre di più il momento in cui spalancare l’acceleratore in uscita di curva, fino a sentire la ruota posteriore sbandare, e vederla quasi affiancarti...Come fare sesso brutalmente, senza sentimento, con lei che ti lascia fare perché sa che comunque non le farai del male. Che ti fermerai un attimo prima.

Finendo il mio lecca lecca, le lacrime presero a rigarmi il viso, mischiando il salato al sapore di fragola. Guardai Camilla sorridermi. Mi avvicinai, per permetterle di abbraciarmi nell’alone caldo del suo motore.

 

Cominciai a singhiozzare.

 

Camilla non sapeva che questo era il nostro ultimo giorno insieme, che l’avevo venduta, e che sarebbero venuti presto a separarci, forse già stasera. D’altro canto il cancro che mi avevano diagnosticato non lasciava scampo. E il pensiero di Camilla da sola, venduta al primo stronzo dopo che me ne fossi andato, non mi dava pace.

 

Cullato dal suo calore, mi domandavo che ne sarebbe stato di lei. Su quello che sarebbe capitato a me, dubbi non me ne avevano lasciati.

Frutto esplosivo

Ho scritto questo racconto (con lo pseudonimo di Demonio Pellegrino) per partecipare al concorso letteriadi organizzato da Laura e Lory. L'incipit, in grassetto qui sotto, era obbligatorio, e vi era il limite di 5000 battute.
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Frutto esplosivo
di Demonio Pellegrino

Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola. Brutto segno: voleva dire che non ero riuscito a disattivare il frutto prima della scossa elettrica.

Lo capisci che cazzo significa questo, Valerio?”, mi sbraitava in faccia il luogetenente Loris Fardo. Piccoli spruzzi della sua saliva toccavano il mio viso che cominciava a riacquistare sensibilità. Le parole arrivavano come un suono lontano, stavo lentamente recuperando. Ma se questa non fosse stata un’esercitazione ci sarebbe stato ben poco da recuperare: al posto della scossa ci sarebbe stata un’esplosione.

Lo capisci o no, che cazzo vuol dire?”, insisteva Fardo. “Vuol dire prima di tutto che sei uno stronzo sbruffone, che non l’hai disattivata prima dell’esplosione, e che non sei assolutamente in grado di tornare a lavorare. Per cui levati dalle palle”.

Le parole erano dure, in contrasto con il tono quasi amichevole. Fardo era preoccupato per me, ma soprattutto per il fatto che non fossi ancora in grado di tornare al lavoro. Avevo fallito entrambi i test, c’era poco da fare.

Vai a casa Valerio. Riposati. Riproviamo tra una settimana. Quando torni ti daremo un nuovo partner: Luisella.”

Luisella? Una cacciatrice donna? Questa era una novita’. Fardo ci credeva davvero, allora, alla storia che i frutti potessero anche essere uomini...Perché no? Se c’erano molti uomini disposti a rischiare di saltare per aria provocando una strage pur di farsi una bella scopata, era possibile, anzi, probabile che ci fossero anche molte donne disposte a fare lo stesso. I bar per donne single in carriera, in cerca di avventure, erano sempre pieni. Un frutto maschio aveva senso. E anche una cacciatrice donna ne aveva.

Fardo, ascolta” – la mia voce impastata, mentre recuperavo tutti i miei sensi. “Sai benissimo che senza di me siete nella merda. Negli ultimi due mesi ci sono già stati quattro attentati. E siete in otto per un’intera città. Vi servo”.

I frutti avevano cominciato a farsi scoppiare solo da un paio d’anni. All’inizio era stato difficile anche solo capire cosa stesse succedendo. Esplodevano bar, ristoranti, discoteche a New York, Londra, Mumbai, Mosca, Milano, Barcellona. Non si trovava l’esplosivo pero’.

I messaggi invasati di rivendicazione, fatti vedere in mondovisione, erano sempre gli stessi: eravamo una civilta’ senza piu’ valori, e il vero Dio, e il ritorno della moralita’, tutte cose già sentite. Dovevamo pagare, morire tutti, e cazzate andando. Tutto uguale. Tranne la modalita’ degli attentati. I frutti.

I frutti erano la versione più aggiornata del concetto di kamikaze. Solo che invece di farsi saltare in aria portandosi addosso dieci kili di esplosivo, ingoiavano lo sciroppo. Esplosivo liquido. Inventato dalla Bayer per usi edili. Mettevi il liquido, che s’infiltrava nelle fondamenta dell’edificio che dovevi far saltare, avvicinavi una fonte di calore, e BUM. Economico, veloce e sicuro. E aveva un buon odore di fragola.

Come cazzo avessero fatto i rottinculo a capire che potevano usare lo sciroppo anche ingoiandolo e facendo esplodere corpi umani rimaneva un mistero. Ma il funzionamento era davvero geniale. Demoniaco, ma geniale.

I kamikaze – per lo più belle ragazze disposte a immolarsi per il vero Dio, ma a quanto pare anche uomini adesso – ingoiavano lo sciroppo e andavano a pescare le loro vittime nei luoghi di perdizione – discoteche, bar, ristoranti. Provocavano, vere e proprio arrizzacazzi. E di uomini disposti a provarci, ignari, ce n’erano molti. E quando il dongiovanni, incredulo, vedeva che ci stavano, e partiva con il bacio, BUM. Gli ormoni dell’eccitazione lavoravano come un detonatore. Erano il calore necessario a far scoppiare lo sciroppo nel corpo della donna/bomba.

Geniale, appunto.

E’ vero, Valerio. Ci servi. Mi servi. Ma mi servi vivo.” – lo sguardo di Fardo era duro. “Non mi serve un altro che si faccia saltare per aria con la prima puttana che bacia. Non sei pronto. Non voglio tu faccia la fine di quel coglione di Tarigo”.

C’era solo un modo per disattivare un frutto. Individuarle era facile – di solito erano quelle vestite piu’ da troia. Bisognava poi abbordarle senza che sospettassero che eravamo poliziotti. Il bacio era il momento cruciale: non appena si avvertiva il sapore dello sciroppo, bisognava ucciderle, PRIMA che il calore dell’eccitazione le facesse esplodere. Non era facile. Perché si rischiava di uccidere donne innocenti. Zoccole, ma innocenti. Solo il sapore di fragola dava la certezza che fossero frutti. A volte si aspettava troppo però. Tarigo, alla sua prima uscita, si era fatto saltare in aria. E io che ero con lui ero sopravvissuto per miracolo. 148 morti.

Sopravvissuto ma ancora incapace di rientrare a far parte della squadra di Fardo. Tardavo troppo a sentire i sapori, e il sapore della glassa nella mia bocca me lo ricordava in modo brutale. Fardo aveva ragione. Se non fosse stata un’esercitazione saremmo saltati per aria.

Avviandomi verso casa, avvertii l’esplosione lontana. Il Telegiornale parlo’ di altri 240 morti. Morti per un bacio dal sapore di fragola.

In trappola - Limbo dei portoni

Voglio che scriviate un racconto su un momento in cui vi siete sentiti in trappola. Pensate a quale sensazione avevate: un profondo senso di claustrofobia, panico o rabbia, per esempio.

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Limbo dei portoni

 

La riunione era alle 3, negli uffici di Microsoft. Mi ricordavo bene la via in cui l’edificio si trovava, ma solo vagamente quale fosse il portone esatto. Ero partito dal mio  ufficio, a piedi, con largo anticipo: dal momento che presidevo  il comitato che si sarebbe riunito nel pomeriggio, volevo avere tempo per accogliere i vari membri mentre arrivavano alla spicciolata e farci due chicchiere. Le elezioni per il rinnovo della presidenza avrebbero avuto luogo di lì a poco, e due chiacchiere potevano aiutare la rielezione.

 

Verso le 14,30 ero di fronte a un edificio con vari cartelli. E nessuno dei cartelli aveva un nome a me familiare. Non vedevo nessuna targa che indicasse Microsoft. Vedevo però, attraverso  la vetrata, che nell’androne del palazzo c’erano dei campanelli, con grande targhe di metallo che era impossibile leggere per il riverbero del sole.

 

Spinsi il portone, che si aprì con un po’ di fatica. Non ci feci caso. Arrivai di fronte ad un secondo portone, una seconda vetrata, con i campanelli a sinistra, e le grandi targhe a destra. Lessi le targhe, ma di Microsoft non c’era assolutamente traccia.

 

I campanelli erano senza nome. Diedi un’occhiata attraverso la seconda vetrata. Non vidi nessuno. Tornai sui miei passi, mi ero sicuramente sbagliato di edificio. Quello di Microsoft doveva essere l’edificio dopo. Sono tutti uguali gli edifici in questa zona.

 

Feci per aprire il portone per uscire, ma non si aprì. Tirai con forza, ma niente. Posai a terra la cartella di pelle nuova. Mi dispiaceva posarla per terra, questa era la prima volta che lo facevo, ma mi ero reso conto che ero in trappola.

 

Cominciai a tirare con tutte le mie forze. Ma non successe niente. Riflettendo sul da farsi, vidi passare John, della IBM. Stava andando alla riunione che avrei dovuto presiedere, e che sarebbe cominciata tra cinque minuti. Cazzo. Picchiai con il pugno sul portone. Si girò impaurito e mi vide. Gli spiegai attraverso il vetro il bel casino in cui ero finito. Rise, un po’ preoccupato però. Gli chiesi di avvertire gli altri che sarei stato in ritardo.

 

Tornai al secondo portone, quello che mi avrebbe dato accesso al palazzo. Spinsi con forza, ma non si apri’ niente. Suonai tutti i campanelli a caso.   Ma non successe niente. Cominciai a dare spallate al portone. Per entrare nel palazzo. Strano come la mia reazione fosse quella di penetrare ancora di più nel problema, piuttosto che cercare di uscirne.

 

Fu a questo punto che benedissi l’inventore del telefonino. Tirai fuori il fidato Blackberry e chiamai Julie, la mia segretaria. Le spiegai che cos’era successo, e le chiesi di chiamare un fabbro che potesse venire ad aprirmi la porta. Mi disse di non preoccuparmi.

 

Non appena buttai giù il telefono mi resi conto che avevo fatto una cazzata. Una volta, qualche anno fa, ero rimasto fuori di casa, senza chiavi, e avevo dovuto chiamare un fabbro che manca poco si rifiutò di aprirmi la porta, perché non avevo con me i documenti che provassero che ero il proprietario dell’appartamento in questione (il portafogli era rimasto in casa). Figuriamoci cosa sarebbe successo in questo caso: un tizio, italiano, dentro un edificio chiaramente disabitato, a Parigi.

 

Richiamai Julie, e le dissi di lasciar perdere il fabbro e di chiamare direttamente la polizia. Nel frattempo mi resi conto che i cartelloni che avevano attirato la mia attenzione fuori dall’edificio dovevano probabilmente essere di imprese immobiliari a me sconosciute. C’erano numeri di telefono. Il palazzo era vuoto, ovvio. E loro lo affittavano. Composi il primo, della società Atisreal.

 

Mi rispose una voce con un messaggio preregistrato. Gli uffici erano chiusi per ferie.

 

CAZZOCAZZOCAZZOCAZZOCAZZOCAZZO.

 

Cominciavo ad avere caldo. Tolsi la giacca del complete Boss grigio che avevo comprato un mese addietro. Cominciai a pensare che magari avevo caldo perché l’ossigeno stava cominciando ad esaurirsi. Capii subito che stavo dicendo una stronzata immonda: era vero che ero bloccato tra due porte, ma era altrettanto vero che tra le due porte c’erano almeno 70 metri quadrati. Dubito che si potesse esaurire l’ossigeno di 70m2, per dieci metri di altezza, in dieci minuti. Altrimenti sarei morto da un pezzo in casa mia. Che non e’ 70 metri quadrati (magari, a Parigi…) e non ha I soffitti di dieci metri (menomale, sai sennò le bollette..)

 

Provai il numero del secondo cartellone. Ancora una volta un messaggio preregistrato che mi chiedeva di immettere il numero di riferimento o l’indirizzo dell’immo bile per il quale si chiamava. Non avevo né l’uno, né l’altro. Mi mancava il numero civico.

 

CAZZOCAZZOCAZZOCAZZOCAZZOCAZZO.

 

Provai il numero sul terzo cartellone. Rispose qualcuno. Spiegai alla signorina che cos’era successo. E m’immaginai, mentre mi sentivo parlare, che cosa stesse pensando, e come la mia storia suonasse completamente irreale.

 

Pronto, buongiorno, mi chiamo Piero Fardo. La chiamo perché sono rimasto bloccato in un edificio che credo la vostra azienda si occupi di affittare. Mi trovo in Rue des Carmelitains,  non so il numero. Pensavo questo fosse l’edificio della Microsoft, dove avevo un appuntamento, sono entrato, ma poi non sono piu’ potuto riuscire.

 

Si’ la porta era aperta. La prima porta, voglio dire. La seconda no.

 

Glielo sto dicendo: era aperta. Crede che l’abbia sfondata per entrare in un edificio vuoto?Perché la starei chiamando, scusi? Se l’avessi sfondata, potrei uscire da qui, no?

 

Senta, io la capisco, sembra una storia assurda, ma magari non è che ha le chiavi dell’edificio e può venire ad aprirmi o mandare qualcuno che apra?

 

Perfetto, le do il mio numero. Mi faccia sapere, la prego. Nel frattempo ho chiamato anche la polizia.

 

Beh, che voleva che facessi? Vorrei uscire al più presto da qui.

 

La polizia arrivò esattamente nello stesso momento di Julie. Stupida come una pietra, a volte, la cara Julie, ma stavolta era venuta a farmi compagnia. Sembravamo in uno di quei film dove un carcerato parla ai liberi attraverso un vetro.

 

Il poliziotto ovviamente non ci poteva credere. Ripetei la storia raccontata all’agente immobiliare, e dissi che piuttosto che chiamare un fabbro – che avrebbe comunque chiamato la polizia – avevo preferito chiamare loro direttamente.

 

Mi chiesero i documenti. Non potevo ovviamente passarglieli, ma glieli mostrai attraverso il vetro. Presero nota e tornarono alla macchina, ovviamente per fare dei controlli sul nome e il resto. I controlli fortunatemente parvero andare bene, perché di lì a poco il poliziotto tornò e mi disse che aveva parlato con l’agenzia immobiliare e che avrebbero mandato qualcuno al più presto.

 

Ma pareva proprio di no, invece.

 

Perché proprio nel momento in cui il poliziotto mi stava spiegando queste cose, il mio telefonino squillò. Era il proprietario dell’edificio.

 

Chi ero?

Com’ero entrato nella sua proprietà?

Perché ci ero entrato, se era vuota?

Cosa stavo cercando di ottenere?

 

Spiegai nuovamente la storia: cercavo di andare ad una riunione del cazzo e mi sono sbagliato di edificio e questo cazzo di edificio mi ha imprigionato e sono in trappola e secondo lei ho secondi fini?

 

Gli dissi che avevo la polizia di fronte. Mi chiese di farcelo parlare. Come cazzo faccio a fartici parlare, brutto coglione, se io sono dietro a questa cazzo di porta e il poliziotto  è fuori?

 

Penso che il mio tono alterato sortì qualche effetto. Mi disse che avrebbe mandato il “suo uomo”.

 

Mi sentivo come in uno zoo: fuori, nel mondo reale, la gente passava. Molti dei passanti ignoravano che ci fosse qualcuno imprigionato proprio di fianco a loro. Il poliziotto e Julie chiacchieravano fuori, aspettando un recupero annunciate, ma che tardava parecchio.

 

Pensai a come si dovessero sentire gli speleologi quando a volte rimanevano intrappolati in caverne buie e lontane, dove il blackberry è utile come un una mazza da golf per giocare a calcio.

 

Pensavo al tempo che passava, che per la prima volta in molti mesi mi vedeva completamente immobile, senza far niente. Non stavo correndo a una riunione, non stavo preparando una riunione,  non stavo partecipando a una riunione, non stavo stilando una strategia di mercato per i prossimi cinque anni, non stavo scrivendo una presentazione che giustificasse un aumento del budget del 5% l’anno prossimo. E poi non stavo tagliando l’erba, non stavo preparando la cena, non stavo leggendo una favola a mia figlia, non stavo consigliando mia moglie su come regolarsi con la sua capa stronza, non stavo aiutando il figlio del vicino a rimettere a posto la catena della bicicletta…Non stavo. Punto. Anzi, forse l’unica cosa che stessi facendo era proprio stare. Stavo lì. E aspettavo.

 

Mentre mi perdevo in queste elucubrazioni, arrivò il Salvatore. Era vestito come un accattone. Pantaloni a quadri macchiati in vari punti, larghi e trucidi. Sandalo aperto, a strappo, con calzini che molto tempo fa avrebbero forse potuto essere bianchi. Una maglia stile indiano, da santone, con i peli che uscivano dallo scollo a V. Vari braccialetti etnici. Capelli lunghi, con broccoli biondi striati di bianco.

 

In cirostanze normali lo avrei guardato con profondo odio. Qui lo amai. Arrivò con l’ascensore, dall’interno, e aprì la porta. Lo ringraziai,gli spiegai ancora una volta cos’era successo, ma si vedeva che non si fidava. Provò ad aprire la porta bloccata, e mi chiese ancora come avessi fatto ad aprirla se ora era bloccata.

 

Avrei voluto prenderlo a testate, a quell punto, e cercare di spiegargli il concetto di PRIMA e DOPO: PRIMA non era bloccata, DOPO si è bloccata. Sai il concetto del tempo? Cazzo, era così difficile da capire?

 

La polizia, dall’esterno, vide il fricchettone. Si avvicinò alla porta, e discussero sul fatto se fosse tutto a posto o no. Che cazzo volesse dire, davvero, non lo so: per caso, potevano giungere alla conclusione che no, non era tutto a posto? E se l’avessero fatto, che cazzo avrebbe voluto dire? Mi avrebbero lasciato allora nel limbo dei portoni per sempre?

 

Il fricchettone tirò fuori dai pantaloni lerci un telefonino di un modello talmente vecchio che ormai neanche gli immigrati clandestini che vengono dall’Africa nera accetterebbero di usare.

 

Mistriosamente, funzionava. Capii che aveva chiamato il proprietario, che evidentemente voleva sapere chi fosse il pericoloso infilitrato che era entrato nel suo palazzo, sfondando – secondo lui – la prima porta, ma non riuscendo a sfondare la seconda, e poi restando bloccato, e chiamando la polizia.

 

Si chiarirono. Raccattai la cartella e la giacca (che non si erano impolverate, per fortuna) e seguii il Salvatore fricchettone all’interno dell’edificio. Prendemmo l’ascensore e andammo nel garage. Da li’, direttamente fuori, salendo su una rampa ai cui lati ovviamente dovevano esserci dei sensori che fecero aprire la saracinesca.

 

Ringraziai. Nel salutarmi, il fricchettone mi disse “se la prossima volta ti risuccede, sfonda anche la seconda porta e poi esci dal garage”.

 

Gli sorrisi, ripromettendomi di scoparmi sua moglie a spregio, se mai avessi la fortuna d’incontrarla, e andai alla riunione. Che nel frattempo era finita

Perso in montagna

Voglio che mi raccontiate di una volta in cui vi siete persi.
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Quando ero piccolo, i miei genitori erano proprietari di una casa sull’Appenino Tosco-Emiliano, un vecchio mulino di grandi pietre grigie, vicino ad una cascata, in una stradina isolata. Credo l’acquisto di quella casa fosse stato il compimento di un sogno. Durò poco, perché dovettimo venderla pochi anni dopo, con vari problemi anche dal punto di vista legale, che si trascinarono per molti anni. Una classica diatriba tra venditore e acquirente che si concluse, alla fine, con una nostra sconfitta in tribunale, se ricordo bene.

Ci passavamo molti fine settimana invernali, a sciare, ma ci andavamo soprattutto d’estate. E veniva il momento delle passeggiate nel bosco. Momento che odiavo con forza. Perché avevo sempre paura di perdermi.

In realtà, per quanto i miei ricordi possano essere confusi, mi pare che non ci perdemmo mai. Ma mi ricordo bene la sensazione di sfinimento che provavo ogni volta che cominciavano queste passeggiate: per cercare mirtilli (di cui ero, e sono rimasto ghiottissimo), more, o per cercare i fantomatici funghi porcini (non ne trovammo mai neanche uno, in tutti quegli anni, se si esclude un gruppo di porcini grandissimi ma già marcito, una sera di settembre).

Mi ricordo che in macchina, mentre ci dirigevamo al campeggio delle acque scure,come lo chiamavo io, dove avremmo lasciato la macchina per cominciare la camminata, pregavo il Signore affinché facesse in modo che la macchina si fermasse: una foratura, un problema di carburazione, qualsiasi cosa, che ci impedisse di arrivare al parcheggio e di cominciare la nostra camminata.

Certo, avrei potuto rimanere a casa a giocare con i bambini di altre famiglie che, come noi, venivano a passare le loro vacanze lì. Ma questo avrebbe significato un supplizio addirittura peggiore della passeggiata: perché avrei passato il tempo semplicemente a preoccuparmi, struggermi nell’attesa di vedere le ore passare e notare che i miei genitori non tornavano, non sarebbero mai tornati, perché si erano persi sicuramente nel bosco.

Non so perché avessi queste paure. Non erano le classiche paure di essere lasciato solo. Non ho mai davvero temuto di essere lasciato solo. Ma avevo paura di perdermi, quello sì. Nel bosco. O che i miei genitori si perdessero senza che fossi con loro.

Era proprio la passeggiata nel bosco, il vero problema.

Non posso dire che questa paura mi abbia veramente segnato. Invecchiando, imparai ben presto ad amare le passeggiate nei boschi, anche se rimasi – e rimango tutt’ora – un vacanziero marittimo. Ma adesso mi appassiono a leggere le mappe dei sentieri, a guidare gruppi di amici nelle foreste vicino casa…

Ma non posso negare che quando mi trovo di fronte ad un lungo sentiero sconosciuto che si snoda in un bosco che non conosco, il pensiero di perdermi ritorna. Non posso lasciarlo fuori dalla mia mente. Anche se poi, passo dopo passo, comincio a camminare, e a sentire il profumo del bosco come un compagno di vecchia data.

Incidente al simil Dorsia

Tornate al racconto dell'incidente (post precedente) e fatelo vivere a uno dei personaggi che avete in mente: in che modo quell'esperienza incide su di lui e contribuisce a dargli profondità?
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Per il nostro primo appuntamento, avevo portato Eleonora in un ristorante abbastanza alla moda. Non era il Dorsia di Ellisiana memoria, un ristorante per cui uccidere, ma era comunque una cosa abbastanza in al momento. Eleonora era chiaramente una di quelle false-sante-molto-troie alle quali piacciono questo genere di cose. E io volevo scoparmela. Per cui, se bisognava portarla all'equivalente del Dorsia e lasciarci giù un paio di centinaia di Euri, beh l'avremmo fatto, non c'erano problemi.

In realtà i problemi ci furono quasi subito. Come antipasto Eleonora ordino' un carpaccio con olio al tartufo, scaglie di parmigiano e rughetta. E fu la fine prima ancora di cominciare.

Perche' io odio il carpaccio.
Odio le scaglie di parmigiano.
Odio la rughetta.
Dal giorno, parecchi anni fa, in cui rischiai di morire.

Era il 21 luglio del 2001, un giorno di festa nazionale. Non ho idea di cosa cazzo stessero festeggiando nel paese di merda nel quale ero. Ero in ufficio comunque, perché cosi' avrei avuto modo di recuperare il giorno di vacanza qualche settimana più tardi (avevo in programma di portare la mia segretaria in Sicilia e scopermela fino a non poterne piu'). Con i pochi colleghi in ufficio cercavamo un ristorante dove mangiare. Molti dei ristoranti della zona erano chiusi, e ci mettemmo un po' prima di trovarne uno che fosse aperto.

Presi un carpaccio con olio al tartufo, scaglie di parmigiano e rughetta. Mangiandolo, cominciai a sentirmi male. Un dolore allo stomaco. Strano, diverso dal solito.

Tornai a casa, e non uscii. Era un venerdi'. Per restare leggero e cercare di farmi passare il dolore, mangiai molto poco. Mi ricordo bene che mangiai solo un paio di fette di prosciutto. Andai a letto con ancora un po' di dolore. Ero sicuro che sarebbe passato, ma la mattina dopo mi alzai con lo stesso dolore, forse un po' piu' forte.

- Che cosa ne pensi, Marco, dovremmo prendere i ravioli al tartufo? Li hai mai presi qui?

Decisi di andare da un farmacista (era sabato, gli ambulatori dei dottori erano chiusi, e la città era vuota. Molti dei miei amici erano partiti per un lungo weekend, sfruttando il giorno di vacanza). Spiegai al farmacista il tipo di dolre che avevo. Mi fece fare un paio di esercizi: riuscivo a piegare la gamba? Si'. Riuscivo a flettermi sulle ginocchia? Si'. Bene, non era appendicite, non era niente. Buscopan e via.

- Sono molto indecisa...non vorrei focalizzarmi troppo sul tartufo, in fondo...anche le orecchiette alla scamorza sembrano buonissime...

La domenica mattina il dolore si era fatto molto piu' insistente. Chiamai una guardia medica. Si chiamava Mustafà, ed era turco. Arrivo', mi tasto', mi prese l'equivalente di adesso di 35 Euri, e se ne ando'. Dicendomi che non avevo niente. Stessi tranquillo. Fottuto turco. Mi voleva ammazzare. E io che li ho sempre difesi contro quei coglioni dei greci...

- No, ci ho ripensato...la scamorza no...ci mettono sicuramente l'aglio...e non vorrei, sai...

Tre ore dopo, con un dolore sempre piu' forte, e non fidandomi assolutamente di Mustafà, chiamai Bruno e gli chiesi di portarmi in ospedale. Non sapevo neanche dove fossero gli ospedali, e neanche Bruno, cazzo. Ne conoscevamo solo uno, che scoprii poi essere una clinica privata. E lo scoprii con mio grande disappunto. Arrivai, mi tastarono, e m'intubarono subito. Dicendomi che ero in peritonite grave.

Mi operarono d'urgenza. Ricordo che mi dissero che ero stato molto fortunato, perché non c'erano dottori in quel fine settimana. Per fortuna una chirurga, la dottoressa Chantal, aveva annullato le vacanze. Me la sarei scopata volentieri Chantal, in una situazione diversa. Un po' passata, ma sicuramente una gran pantera da letto. Di quelle da contorsioni.

Sopravvissi, ovviamente. Ma mi dissero che me l'ero vista brutta.

-
Allora, Marco, che prendi?

- Gli spagetti all'aglione per me, risposi con un sorriso stronzo che lei non conosceva ancora.
Me la sarei scopata comunque, la cara Eleonora. E il mio alito all'aglio sarebbe bastato per punirla per avermi fatto ricordare quel giorno di merda.

Stronza.

L'incidente raccontato ad un amico

Pensa ad un episodio della tua vita che abbia a che fare con un incidente. Limitati a raccontare l'accaduto, senza abbellimento o analisi. Raccontate l'incidente come se parlaste ad un amico. 

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Era il 21 luglio del 2001, un giorno di festa nazionale (non chiedermi cosa festeggino, perché non lo ricordo mai). Ero andato in ufficio comunque, perché cosi' avrei avuto modo di recuperare il giorno di vacanza qualche settimana più tardi. Molti dei ristoranti della zona erano chiusi, e ci mettemmo un po' prima di trovare un ristorante che fosse aperto. Presi un carciofo al vapore, me lo ricordo ancora, sia perché era la prima volta che lo prendevo in vita mia, sia perché cominciai di li' a poco a sentire un dolore allo stomaco. Strano, diverso dal solito. 

Tornai a casa, e non uscii. Era un venerdi'. Per restare leggero e cercare di farmi passare il dolore, mangiai molto poco. Mi ricordo bene che mangiai solo un paio di fette di prosciutto. Andai a letto con ancora un po' di dolore. Ero sicuro che sarebbe passato, ma la mattina dopo mi alzai con lo stesso dolore, forse un po' piu' forte. 

Decisi di andare da un farmacista (era sabato, gli ambulatori dei dottori erano chiusi, e la città era vuota. Molti dei miei amici erano partiti per un lungo weekend, sfruttando il giorno di vacanza). 

Spiegai al farmacista il tipo di dolre che avevo. Mi fece fare un paio di esercizi: riuscivo a piegare la gamba? Si'. Riuscivo a flettermi sulle ginocchia? Si'. Bene, non era appendicite, non era niente. Buscopan e via. 

La domenica mattina il dolore si era fatto molto piu' insistente. Chiamai una guardia medica. Si chiamava Mustafà, ed era turco. Arrivo', mi tasto', mi prese l'equivalente di adesso di 35 Euri, e se ne ando'. Dicendomi che non avevo niente. Stessi tranquillo.  

Tre ore dopo, con un dolore sempre piu' forte, e non fidandomi assolutamente di Mustafà, chiamai un mio amico e gli chiesi di portarmi in ospedale. Non sapevo neanche dove fossero gli ospedali, e neanche il mio amico. Ne conoscevamo solo uno, che scoprii poi essere una clinica privata. Arrivai, mi tastarono, e m'intubarono subito. Dicendomi che ero in peritonite grave. 

Mi operarono d'urgenza. Ricordo che mi dissero che ero stato molto fortunato, perché non c'erano dottori in quel fine settimana (se ho capito bene, è un po' come tentare di farsi operare il 15 agosto da noi). Per fortuna una chirurga, Chantal, aveva annullato le vacanze. 

Sopravvissi, ovviamente. Ma mi dissero che me l'ero vista brutta. 

Il rumore della macchinetta da caffè

Esercizio: descrivi il rumore che fa la tua macchinetta da caffè. 
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Accendere la mia macchinetta De Longhi, modello cappuccino 2004, è come partire per un lungo viaggio su una locomotiva, di quelle che uno s'immagina nell'impolverato West americano, mentre i cowboy pascolano le loro mandrie, e cacciatori d'oro si alzano a guardare il treno passare. 

Dapprima comincia un ticchettio metallico, simile a quello che a volte fanno i termosifoni scaldandosi e raffreddandosi. Poi comincia lo sbuffo tipico della locomotiva (o del ferro da stiro, ma questo lascia meno spazio all'immaginazione, no?). Poi ritorna il ticchettio, ma più frenetico, come se il metallo sentisse il bisogno di aumentare la velocità, per superare la prossima curva...e poi ancora lo sbuffo, più longo, come d'impazienza, di un treno in ritardo che aspetta l'ultimo ritardatario. 

Le tazze grandi che uso la mattina entrano a malapena sotto il beccuccio. Ma c'entrano. E quando ruoto la manopola, comincia un rumore sordo, di macchina in movimento, e allo stesso tempo si sente come un risucchio, probabilmente l'acqua che passa attraverso il sistema. 

Il tutto si chiude con l'immancabile sbuffo di treno, una volta ruotata la manopola nella posizione di spento...mentre il ticchettio diventa sempre piu' rado. 

A volte mi domando se per caso la mia macchinetta non sia una locomitva reincarnata.